Di Logan Paul, i suicidi in Giappone e il “Basta che se ne parli” – Parte 1

CHI È LOGAN PAUL

Punto primo: e chi è Logan Paul? Se lavori a contatto col mondo degli influencer o bazzichi il Tubo, certamente saprai che è un poliedrico (disclaimer: termine scevro di ogni valutazione qualitativa sui suoi contenuti) creator che in 333 giorni è riuscito a raggiungere i 10 milioni di iscritti su Youtube sul suo canale principale di daily vlogging (ad oggi ne conta 15,5 milioni).

Certo è stato aiutato da un nutrito seguito che si era creato sulla defunta piattaforma Vine di cui era una star e da comparsate nel mondo dello spettacolo (musica, serie TV, webserie) a stelle e strisce. Da qui, un impero digitale di tutto rispetto: il ragazzone 22enne dell’Ohio possiede un altro canale Youtube semi-dormiente con oltre 4 milioni di iscritti, un account Instagram con 16 milioni di follower, una pagina Facebook con altrettanti fan, un profilo Twitter con oltre 4 milioni di seguaci e un suo brand di abbigliamento, Maverick.

Tradotto in moneta, parliamo di 150.000 $ a post su Facebook80.000 $ su Instagram e – nella peggiore delle ipotesi – 25.000 $ al giorno dalle visualizzazioni sul suo canale Youtube principale. A questo si aggiungono vari contratti pubblicitari con colossi come Pepsi e HBO e numerosi progetti legati a film, serie TV e webserie. Last but not least, abbiamo il suo marchio d’abbigliamento, Maverick, con uno shop on-line dove vengono venduti capi e accessori il cui prezzo va dai 30 ai 100 $. Per capirci: con i soli introiti di un anno di Youtube, il ragazzone si è comprato una villa da 6.6 milioni di dollari.

IL “CASUS BELLI”

Quando fai daily vlogging, hai un canale con 15 milioni di iscritti e il tuo brand è “fare il cretino irriverente cacciandoti in situazioni improbabili” devi, giorno dopo giorno, tentare di alzare l’asticella dell’assurdità di quello che fai, della stravaganza delle tue azioni.

Il 31 dicembre 2017 annuncia su Twitter l’uscita di un nuovo video sul suo canale che documenta le suo scorribande in Giappone.

Il vlog in questione vede Logan Paul avventurarsi con un gruppo di amici nel bosco di Aokigahara, noto anche col nome di “Bosco dei suicidi” alle pendici del Monte Fuji, dove filma e commenta in modo idiota e irrispettoso il ritrovamento del corpo di un suicida. Il tutto viene impacchettato con un montaggio ragionato, musica di sottofondo adeguata e con un maldestro tentativo “momento serietà” sulla tematica della depressione.

In breve, Youtube rimuove il video e una shitstorm senza precedenti si abbatte – giustamente – sul creator. Seguono un messaggio imbarazzante su Twitter, un video di scuse e l’annuncio di una pausa.

Arrivano anche provvedimenti da parte di Youtube, che rompe i contratti in essere e futuri per la realizzazione di alcune webserie e lo rimuove dal roster del programma di advertising Google preferred.

IL PUNTO DI QUESTA ANALISI

Non sto giudicando se quello che ha fatto Logan Paul sia stupido o meno. È un’azione disgustosa e irrispettosa: non ci sono se, non ci sono ma. Ma (appunto) – al di là della questione etica – quali sono i reali effetti di questa crisi sul suo business?

Esco allo scoperto: sono un cauto sostenitore dell’adagio “purché se ne parli”. Trovo che nella nostra società dalla memoria brevissima e divoratrice di contenuti usa e getta, siano pochi gli errori che possano nuocere in maniera mortale a un brand. Intendiamoci: non è un invito a curare poco la propria comunicazione o a utilizzare/procurare scandali a fini pubblicitari. È però una constatazione che, se eticamente siamo più o meno tutti propensi a condannare (e commentare) comportamenti negativi, non è altrettanto vero che questo si trasformi automaticamente in un danno monetario incolmabile per un brand. Un vantaggio? Non azzardo tanto, anche se, esaurita la violenza della negatività iniziale, quello che rimane sul lungo periodo potrebbe (sottolineo potrebbe) essere una accresciuta notorietà “neutra”. In questo caso, saranno importanti le prossime mosse dello Youtuber una volta rotto il silenzio riflessivo in cui si è chiuso – preceduto da una gestione della crisi non propriamente esaltante. Proverò ad argomentare con i numeri quanto dico – ferma la condanna e il disgusto “etici” per il contenuto proposto da Logan Paul.

I NUMERI DI LOGAN PAUL

Partiamo dal dato meno indicativo di tutti: proviamo a cercare su Google Trends “Logan Paul”.

Emerge chiaramente un’impennata (che già scema notevolmente a 3 giorni dallo scandalo) e nelle “query associate“, nel breve lasso di tempo preso in considerazione, resiste comunque in 25esima posizione “logan paul merch“, accanto a quelle più ovvie legate alla tematica del video incriminato. Il dato, così rozzo e neutro, ci dice solamente che “Logan Paul”, in quest’ultimo periodo, è balzato agli onori della cronaca. Non una gran scoperta, in verità.

Al di là di un naturale calo della sua appetibilità come influencer – almeno in un periodo più o meno lungo di “digestione” della crisi – vale però la pena di andare a vedere ciò che costituirà, a prescindere, un vero valore per lo Youtuber: iscritti, follower e view. Ossia: la crisi ha realmente impattato negli animi dell’audience?

I dati evidenziano che su Youtube non si può parlare di un vero contraccolpo: sulle poche flessioni verso il basso sulla media di circa 40 mila iscritti al giorno, pesa di più la pausa di riflessione annunciata dal creator col conseguente vuoto di contenuti. Riflesso peraltro molto più impattante sulle view, come è naturale.

Il profilo Instagram non se la passa peggio: se c’è stata un’indignazione più evidente – il 2 gennaio il profilo fa registrare un calo di 10.000 follower, il profilo torna poi a muoversi sui suoi standard. Salvo poi rallentare in linea col mancato traino di nuovi contenuti pubblicati da Logan Paul.

L’account Twitter conferma l’andamento delle piattaforme di Youtube e Instagram, ma interessante sarebbe conoscere la situazione dello shop on-line legato al suo brand di moda, Maverick. Andiamo a controllare il numero di visitatori del sitoshoploganpaul.com.

Con una media di circa 167.000 visite giornaliere, registra sporadiche flessioni al ribasso in linea con l’andamento del sito “pre-scandalo”. Interessante, certo, sarebbe capire l’andamento delle vendite ma sono pronto a scommettere che i numeri rispecchierebbero quanto finora riscontrato:

A livello di dati, abbiamo un impatto della crisi quasi ZERO: la decrescita dei numeri, sul lungo periodo sembra essere dovuta allamancanza della pubblicazione di contenuti a causa della “pausa di riflessione” dell’influencer.

Questo discorso è, chiaramente, lato audience: un’audience dalla memoria corta o assuefatta o poco interessata a “punire” col disinteresse il comportamento dello Youtuber. Anche perché stiamo parlando specialmente del SUO pubblico, un pubblico che fondamentalmente è pronto a perdonare molto. Un altro paio di maniche saranno ovviamente contratti, sponsorizzazioni, brand interessati a investire su Logan Paul.

IL SUCCO DEL DISCORSO

La procurata notorietà negativa non sembra avere impattato sui numeri di Logan Paul. Numeri che continuano a crescere e che ovviamente, in un futuro, potranno costituire di nuovo una base di valore anche per sponsor, contratti e brand.

Tutto si giocherà nella strategia del suo ritorno – in termini di appetibilità come influencer: se saprà “giocarselo” bene – complice una fanbase adorante, un pubblico sempre più assuefatto e privo di senso critico – tutta questa vicenda andrebbe archiviata nel wildeiano “purché se ne parli“.

E da un punto di vista prettamente di marketing, il caso di Logan Paul ci ricorda una volta di più che sono sempre I DATI ad avere l’ultima parola, anche in occasioni becere come questa.

2018-03-01T12:11:48+00:00